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Paese mio
mercoledì 2 marzo 2005
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Non si è mai saputo se i greci di Siracusa abbiano fondato il mio paese, Palazzolo Acreide, come cittadella-fortezza sulle montagne, per andarsi ad arroccare in caso di sconfitta sulla costa, o più semplicemente e lietamente come ‘dependance’ estiva, per scappare dalle estati di Ortigia che non dovevano essere diverse dalle attuali: torride, sciroccose, interminabili. La cosa più fantastica che i siracusani costruirono infatti sulla cima del Monte Acre, non fu un bastione, ma un teatro di pietra bianca, minuscolo e che tuttavia non ha eguali al mondo, poiché è posato sulla vetta come una conchiglia e spazia su due orizzonti, la vallata iblea verso Ragusa e quella dell’Anapo verso Ortigia. Il teatro greco di Akrai è ancora prodigiosamente intatto, forse il monumento meglio conservato di tutta l’antichità ellenistica. Ma,in realtà, nel mio paese, tutto quello che non è stato, secolo dopo secolo, distrutto dai saraceni, arabi, normanni, terremoti, è ancora intatto sulla cima del monte: il barocco secentesco delle chiese di pietra bianca finissima, la leggiadria delle grandi piazze di primo Ottocento, con i palazzi che sembrano ricami antichissimi, le scalinate medievali che si inerpicano sulla collina attraverso stradine linde, l’ultimo strapiombo del monte, come una immensa terrazza in fondo alla quale, lontanissimo, appaiono già i primi minuscoli laghetti dell’Anapo. I resti di Akrai sono di una tale suggestione e si trovano in un luogo così incantevole, per la salubrità dell’aria e per la mitezza del clima, che basterebbero da soli a giustificare una villeggiatura anche per chi non è disposto (e fa male) a perder tempo con l’archeologia. Ma Palazzolo ha anche la peculiarità di offrire ai buongustai nei suoi ristoranti (ce ne sono almeno una ventina) una cucina del ‘buon mangiare’, fatta di piatti semplici e genuini, quasi frugali, l’autentico cibo dei poveri, dove profumi, aromi, fantasie, lasciano nel palato l’emozione di una scoperta. Solo in questa zona della Sicilia orientale, sulle rive del torrente Manghisi, si può gustare, per esempio, un pesce delicato come la trota: arrostita alla brace, salmonata, o agli odori degli iblei, infarinata in padella con salvia, origano, maggiorana e mentuccia. Ma anche anguille, storioni, carpe. E poi la salsiccia. Se ne trova per tutti i gusti, fino ad estate inoltrata. La salsiccia per i palazzolesi non è soltanto una questione di ambiente, di altitudine. Il sapore dipende dalla terra nella quale è stato coltivato il peperoncino rosso, a quale sole dell’anno è stato raccolto il finocchietto rizzo, e soprattutto su quale collina è stato allevato e nutrito il maiale. Se l’arte della salsiccia fosse pari a quella del dipingere o scrivere versi, i macellai di Palazzolo dovrebbero essere tutti nominati “cavalieri dell’ordine della salsiccia”. Tante note che fanno del mio paese un piccolo pianeta dentro il Sud. Nulla è mutato, l’aria è buona alle labbra. Sa di pane caldo, di ‘cavatelli’ di pasta fresca, di ravioli di ricotta conditi con il sugo di maiale, capretto al forno con patate, olive nere abbrustolite sulla brace, di focacce ripiene di verdura. Quanto ai dolci, quelli delle pasticcerie di Palazzolo Acreide sono ormai rinomati in tutta Italia: cassate siciliane, cannoli di ricotta, biscotti di mandorla, di pistacchio, di pasta frolla, ‘ciascuna’ ripieni di fichi secchi. Nel mio paese la vita scorre in una tranquillità quasi fuori dal tempo. Tra splendide feste patronali, lotte di quartiere, sfide di carnevale, sagre. Senza soluzione di continuità. Occasioni per un turismo ‘mordi e fuggi’, l’ideale per non turbare l’armonia e la quiete di questi luoghi. Forse, anche per questo, circa trent’anni fa, l’etnologo Antonio Uccello impiantò qui la sua bellissima casa-museo sulle tradizioni contadine. Non importa se la disoccupazione è alta, se le attività economiche ristagnano, se i giovani sono costretti ad emigrare per cercare un lavoro. I forestieri rimangono incantati quando arrivano a Palazzolo. Alcuni non se ne andrebbero più.
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