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La colonia Sicilia
martedì 3 agosto 2004
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Primo pomeriggio, quella che Verga chiamava l’ora nona, in cui anche i passeri intronati, finivano di cantare e il delirante Vanni scannava a colpi d’ascia la Lupa. Aeroporto di Punta Raisi a Palermo, 42 gradi all’ombra, un vento africano che tronca anche il respiro, centinaia di persone fradice di sudore, gli occhi un po’ allucinati, attendono nella hall, molti si sono lasciati cadere stremati sugli scalini che conducono al bar. Sono arrivati due aerei speciali da Roma con emigranti che tornano da tutte le parti del mondo: per ognuno di loro c’è una famiglia in attesa, donne, vecchi, bambini impauriti, lattanti, ragazze incinte, vecchiette quasi in agonia, una folla feroce ed avida che sbarra l’uscita. I passeggeri vengono identificati sull’uscio uno ad uno con urla terribili e letteralmente inghiottiti dai parenti. Baci, abbracci, grida lancinanti di amore, restano tutti lì a mucchio, poiché l’emigrante deve abbracciare e baciare tutti, lo tirano da tutte le parti, lo afferrano ai capelli, qualcuno gli pianta le unghie alla nuca. A giudicare da quello che accade, dalla drammaticità di taluni abbracci, dal colore delle cravatte e dai pianti, taluni arrivano dall’altra faccia della terra, Australia o Venezuela, mancano forse da otto, dieci anni poiché nel vortice ci sono anche parenti nuovi, generi, nipotini che non si conoscevano prima. “Tu sei Pasquale, non Tonino”. E si avventano alla nuca con le unghie. All’esterno, sul piazzale, ci sono centinaia di autobus, taxi, auto che continuano di ora in ora ad arrivare. Negli occhi dei turisti che da ogni parte d’Europa arrivano (tedeschi, francesi, olandesi, belgi, svedesi) leggi lo sgomento, la paura di aver sbagliato scalo. Sembrano già sfatti da quel vento tropicale che sulla scaletta dell’aereo gli ha subito mozzato il fiato: “Volevi venire al Sud? Io sono il Sud! Piacere!”. Trenta secondi di sole, dalla scaletta dell’aereo fino alla sala d’attesa, sono stati sufficienti per intontirli, cinque minuti in mezzo a quella moltitudine furente che li sospinge, li fa indietreggiare, li costringe a correre a mucchio verso altre direzioni, sono bastati per impaurirli. Si indovina che sono eruditi alla partenza, perché gli uomini sono tutti un po’ ingobbiti a proteggersi i portafogli, le donne inciampano nelle catenelle di accesso alla zona doganale. Vengono rimessi in piedi e ricomposti dai facchini, restano lì in attesa del pullman col berrettino rosso da portaerei USA, di sghimbescio sul capo. Sembrano profughi. Sapete cosa dicono gli operatoti ai turisti olandesi che arrivano per la prima volta in Sicilia? “Se andate all’aeroporto di Palermo o di Catania in auto, mettete le sicure agli sportelli, non abbassate mai i vetri, non camminate con borsette, macchine fotografiche e collane”. Solo questo? Ci mancherebbe altro. Dicono anche che il mare è abbastanza pulito, il cibo un po’ troppo piccante, i monumenti ineguagliabili per bellezza, l’Etna unica al mondo! Il teatro greco di Siracusa è la terza testimonianza più alta della civiltà ellenica. E infine che il fascino della Valle dei Templi resterà nell’animo fino all’ultimo giorno della vita. Infine che gli uomini sono appassionati. Vanno presi a piccole dosi. In Sicilia non capisci mai se quel giovane così devoto, conosciuto il giorno avanti sulla spiaggia o al night, così galante, ardimentoso e subito un poco innamorato, sia un professore d’università o un tagliaborse, un cardiologo famoso o un falegname, uno studente o un evaso. Ogni anno il turismo fa registrare in Sicilia oltre quattro milioni di presenze alberghiere, il quaranta per cento delle quali di turisti stranieri, soprattutto tedeschi, scandinavi e americani. Calcolando che in complesso un turista spende, fra vitto, alloggio, viaggio, escursioni, una media di 100 euro al giorno, avremo un incasso di 400 milioni di euro ai quali vanno aggiunti almeno altri dieci milioni di euro miliardi che derivano dalle presenze extralberghiere non registrate in alcuna statistica ufficiale. Diciamo pure cinquanta milioni di euro, circa cento miliardi di vecchie lire l’anno. Tanto vale attualmente il turismo per i siciliani. Una cifra che aiuta certo l’economia dell’isola a sopravvivere, ma non risolve alcun problema di fondo, nemmeno nelle province di Palermo e Messina, che usufruiscono della migliore attrezzatura alberghiera e quindi dei maggiori benefici dell’industria turistica. Una industria che, da decenni, dovrebbe essere, insieme alle grandi raffinerie e all’agricoltura, l’attività fondamentale dell’economia siciliana, e per decenni è rimasta un baraccone sconnesso. Enti del turismo, aziende, Pro-loco, comitati organizzatori, Comuni, una folla di istituzioni e iniziative che a loro volta pullulavano di impiegati la maggior parte dei quali non sapevano cosa fare e come si potesse trattenere un turista in zona, se non tendendogli un agguato. Miliardi spesi per festivals, carnevali, luminarie, cantagiri, sagre della salsiccia, del pesce fritto, delle noccioline, musei chiusi, monumenti che andavano in rovina, i luoghi più belli dell’isola selvaggiamente distrutti dalla speculazione, una incompetenza da opera buffa, una corruzione da pidocchi, uno sperpero da imbecilli, strafottenza, ignoranza, malafede. Cosa sognano da decenni i turisti, italiani e soprattutto stranieri di trovare nella loro vacanza in Sicilia? Anzitutto una via di accesso comoda, sicura e puntuale, si essa l’autostrada che conduce al sud, oppure la ferrovia, oppure le navi o gli aerei. Giunti nell’isola vorrebbero un albergo comodo, dove tutti i servizi siano efficienti, le camere pulite, il personale educato, il cibo allettante. Poi una spiaggia o una scogliera ordinata, sicura, protetta e un mare trasparente, senza inquinamenti o veleni. Quindi vorrebbero visitare i monumenti di cui hanno sentito mirabilie, le grandi opere d’arte, i musei, le montagne, i boschi, il vulcano, vorrebbero visitare le città, sospendere i loro piccoli marchi, franchi, corone senza essere truffati, scippati, derubati, scherniti. Ancora vorrebbero piscine, campi da tennis, di golf, palestre, giardini pubblici, discoteche, night, dove trascorrere le loro ore libere. Infine qualcosa che li affezioni anche poeticamente, anche artisticamente, in una parola umanamente, al luogo della vacanza, cioè manifestazioni artistiche, spettacoli internazionali, concerti. Il turista chiede solo cose civili che un paese civile deve essere in condizione di poter garantire. Invece il forestiero che arriva in auto, già sullo Stretto, patisce una drammatica intasatura, con ore e talvolta giorni di attesa sulle banchine di imbarco. In treno l’avventura è addirittura selvaggia: i vagoni sono vecchi e stracolmi come carri bestiame. L’alta velocità si ferma a Napoli. Da lì in avanti è un calvario. I voli charters si concludono negli aeroporti di Palermo e Catania, in un caos che, tre minuti dopo l’arrivo atterrisce il forestiero. Gli alberghi capaci di una autentica ricettività turistica di massa, si trovano solo nella zona di Taormina, lungo la costa palermitana, in qualcuna delle isole minori, e qua e là, in alcuni lembi della costa siciliana, sulla riviera di Acicastello-Acireale, sul litorale di Tindari, di Siracusa o Ragusa, iniziative isolate e quasi sperdute che costituiscono soltanto minuscole ‘cattedrali nel deserto’, dove per altro il turista viene quasi incapsulato e mantenuto in sorridente ed ossequioso sequestro per un paio di settimane. Le spiagge e le scogliere sono devastate, sporche, selvatiche, spesso abbandonate ai teppisti ed ai ladruncoli. Non esistono piscine, impianti sportivi che possano essere frequentati, campi da tennis, approdi per imbarcazioni da diporto. Non esistono manifestazioni sportive di livello internazionale e del resto nemmeno impianti che potrebbero ospitarli. La sola occasione turistica che abbia una fama di eccellenza mondiale è lo spettacolo classico biennale al teatro greco di Siracusa. Perfino il festival del cinema di Taormina per vent’anni è stato ritenuto soltanto un emerita rottura di scatole da parte dei politici i quali gli attribuivano validità solo per quella famigerata notte delle stelle dove almeno si aveva l’occasione per un primo piano televisivo. C’è voluta l’agonia e la morte del festival veneziano e l’accanimento quasi patetico di un gruppetto di galantuomini per fare di questo festival un’occasione di prestigio artistico internazionale. Tutto quel poco che esiste cinema, teatro, musica, è concentrato a Taormina. Il resto è ‘quartare’, piccolo cabotaggio folkloristico che non attira un solo turista di più. L’unico, autentico, inesauribile patrimonio turistico siciliano restano ancora il sole e il mare. Ma in trent’anni abbiamo permesso la distruzione delle riviere negli angoli più belli dell’isola: a Fontanebianche lungo la spiaggia catanese fino ad Agnone, sulla costa di Tindari, sugli arenili a sud di Ragusa ed Agrigento. Basta un refolo di vento o un filo di corrente perché nei golfi più affascinanti del Mediterraneo, a Mazzarò, Letojanni, Isola Balla, Giardini arrivano migliaia di sacchi di immondizie da Messina. La mentalità con cui abbiamo valutato il turismo e lo abbiamo governato negli ultimi decenni, si può riassumere in una sola parola, che tuttavia Cambronne non direbbe più con un grido di sdegno glorioso, ma con un sommesso inchino di scherno: merde! Abbiamo 1.039 chilometri di costa, spiagge, scogliere che, varietà di insenature e golfi, per fascino di panorami non avevano l’eguale in tutto il Mediterraneo, e per metà abbiamo coperto la riviera di costruzioni ignobili, villette miserabili, baracche, casupole, condomini, palazzoni, alcuni dei quali costruiti addirittura su area demaniale. Non è possibile calcolare i danni. Certamente, decine di migliaia di siciliani, cuochi, camerieri, interpreti, che invece d’emigrare in Germania, Svizzera, Francia e persino i Spagna e Grecia avrebbero potuto trovare l’occasione di lavoro nell’isola. Attività e iniziative commerciali, economiche, artigianali, che avrebbero potuto prosperare sull’industria del forestiero e invece sono costrette ad agonizzare sul mercato interno. Opere pubbliche mai realizzate che avrebbero potuto servire gli esercizi turistici e contemporaneamente accrescere il livello civile della popolazione. Una perenne depressione sportiva e artistica che accentua paurosamente il distacco della Sicilia dalla cultura europea. Infine la sensazione umiliante che la Sicilia sia ancora soltanto una scheggia di Africa (ma la vecchia Africa delle oleografie colonialiste) nella quale si scende una volta sola con l’animo da esploratori, il berrettino da portaerei, e in tasca solo il siero antitetanico e qualche gettone per il telefono.

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