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Sepolto da una colata di terra e sassi. Storia di un immigrato del Sud
venerdì 3 giugno 2005
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Schiacciato da un ammasso di terra staccatosi all’improvviso. Rosario è morto così, qualche giorno fa, quasi senza accorgersene, senza un grido, mentre era un po’ più a valle, nel mezzo di una buca, chino sui tubi con la saldatrice in mano. Era un ragazzone siciliano di 35 anni. Con i suoi compagni di lavoro stavano costruendo una fognatura a pochi chilometri da Udine. Per la magistratura è stata una fatalità. Uno dei tanti incidenti sul lavoro che insanguinano ogni giorno il nostro Paese. Quasi quattro vittime al giorno. Una strage alla quale purtroppo si rischia di assuefarsi, mentre ognuna di questi morti non è una, non potrà mai essere, solo una cifra in una tragica statistica.

Rosario era partito con tante speranze l’anno scorso, da un piccolo paese della Sicilia orientale. Aveva cercato invano un lavoro nelle aziende della sua zona. La risposta era stata sempre la stessa: «C’è crisi. Gli appalti pubblici sono fermi. Non abbiamo bisogno di assumere personale. Se vuoi, c’è qualcosa in nero per qualche settimana nel settore dell’edilizia. Ma ti devi accontentare di fare il manovale». Tanto lì, come in molte zone del meridione i controlli della Guardia di Finanza o dell’Inps sono diluiti nel tempo. E poi se si interviene con il pugno di ferro si rischia di far morire la gente di fame. Pure il sindacato è impotente: come un cane che si morde la coda. Dopo quattro anni di inutile attesa, Rosario aveva pensato di cercare fortuna al Nord. Lo stesso destino di tanti giovani disoccupati , gli emigranti del terzo millennio, quasi 150 mila ogni anno, costretti ad abbandonare la loro terra, la famiglia, gli affetti profondi. Sono per lo più muratori, carpentieri, piastrellisti, elettricisti, reclutati la domenica mattina, come si faceva negli anni cinquanta, con il passa parola, in una di quelle grandi piazze bianche e assolate dei paesi siciliani , calabresi o campani. Tutto è pianificato come da un efficiente tour-operator. Il padroncino che aveva ingaggiato Rosario era un ex operaio siciliano che si è messo in proprio. Lavora in subappalto per alcune ditte del Nord-Est. Nel Triveneto il lavoro non manca. La disoccupazione è al 2 per cento, come in Finlandia. Si costruiscono case, strade, acquedotti,ospedali, capannoni, argini per i fiumi. Sono ormai più di un milione i meridionali ”regolarizzati” che lavorano in Friuli, in Veneto, in Trentino. Ci sono migliaia di piccole ditte, un vero microcosmo di aziende costituite da cinque o sei addetti al massimo. Rosario era uno di loro. Il furgoncino che, dopo un viaggio di duemila chilometri lo aveva catapultato ad Udine, era pieno all’inverosimile. Uomini, coperte, borsoni, valigie, generi alimentari. Nessuno, però, era contento di partire. C’era un silenzio spettrale, solo il rumore del motore che macinava chilometri. Rosario era stato sistemato insieme ad altri colleghi emigrati in una casa di ”accoglienza”: una piccola villetta su due piani, con un giardino ben curato. La spesa per l’affitto e il pranzo in trattoria erano compresi nell’ingaggio: 1.300 euro al mese. Ma nella casa erano in dodici: sei persone per piano, due emigrati per ogni stanza. Rosario faceva la spesa, cucinava, lavava i piatti, puliva la sua camera. Lavoro, casa, lavoro. Senza soluzione di continuità. Da queste parti, non c’è tempo per un caffè, per un latte di mandorla, per una granita di ”mellone”. E la sera si va a letto presto. L’unico momento di svago è il sabato sera. I meridionali li riconosci subito per strada, perché camminano in fila indiana come le reclute, a gruppi di sei -sette persone. Hanno le mani arrossate dal freddo e dalla fatica. Qualcuno li guarda con timore. C’è ancora una forte diffidenza, un inconfondibile pregiudizio nei confronti degli ”stranieri”, siano o meno italiani poco importa. Forse perché, da queste parti, i furti e le rapine sono realizzati da bande di albanesi senza scrupoli. Ma che cosa c’entrano gli emigranti del Sud ? È gente onesta. I più giovani sono del tutto simili ai loro coetanei del Nord. Frequentano le stesse discoteche o i pub più affollati. Ma questo non basta a favorire la piena integrazione sociale ed economica. Dopo un anno, sono proprio i giovani a mollare tutto. Lasciano il lavoro e tornano al Sud. La nostalgia ha il sopravvento su tutto. Non ce la fanno più a fare la stessa vita. Anche Rosario, raccontano ora i parenti, si struggeva dalla malinconia. E, forse, presto sarebbe tornato a casa, se non ci fosse stata quella maledetta montagna di terra e sassi.



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