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La Stidda raccontata dal capo clan
domenica 5 gennaio 2020
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Sono tanti i saggi e le inchieste che hanno raccontato il perverso rapporto tra la criminalità mafiosa ed il popolo siciliano a cavallo tra gli ultimi due secoli. “La causa umana fondamentale della mafia è la miseria senza via d'uscite, cioè la miseria che riunisce l'ignoranza, la malattia, la superstizione, la sporcizia, la violenza", scriveva il giornalista Giuseppe Fava nel suo "Processo alla Sicilia” cinquanta anni fa, in un' isola che si affacciava ai miti della modernità e ad un tiepido benessere dopo la catastrofe della guerra e l'umiliazione della fame. Ma a svelare la crudelta’ e la mancanza d'ogni senso di umanità della criminalita’ mafiosa sono spesso gli stessi capoclan, come Claudio Carbonaro, colui che ha guidato la guerra dei giovani ribelli contro Riina e Provenzano e che si è addossato, da collaboratore di giustizia, la paternità di 130 omicidi. Va dato il giusto merito a Giuseppe Bascietto, coraggioso cronista di mafia dal 1984 ( "Devo questa passione alla professoressa Lina Cunsolo, mia insegnante di italiano che mi ha fatto leggere Mafia e Politica di Michele Pantaleone”) di aver raccolto il “memoriale” di questo boss della Stidda, dallo sguardo di ghiaccio e dal sorriso "obliquo”, prima pentito e ultimamente tornato alla ribalta della cronaca dopo essere stato arrestato, pochi mesi fa, con l’accusa di voler ricostituire un gruppo criminale. La determinazione di Bascietto è stata quella di voler costruire un vero e proprio "romanzo criminale" ( Stidda, L'altra mafia raccontata dal capoclan Claudio Carbonaro. Pag. 281- Aliberti editore), nel quale descrive, con un linguaggio asciutto e nei minimi dettagli, le liturgie violente, spesso macabre, dei clan mafiosi, le vite spezzate di uomini poveri, disperati, disposti ad uccidere per contendersi denaro, droga, gioco d’azzardo, truffe, ricchezze, appalti. Il libro, presentato ieri a Vittoria nella Sala delle Capriate dallo stesso autore e da Paolo Borrometi, e’ la cronaca di una guerra cruenta e sanguinaria tra la Stidda e Cosa nostra che ha lasciato sul terreno oltre duemila persone dal 1979 al 1992. Una faida di cui Bascietto è stato in parte testimone oculare, aggredito e minacciato più volte di morte a causa delle sue continue denunce all’opinione pubblica ed alla magistratura e per questo costretto a vivere per molti anni lontano dalla sua terra natale. Bascietto è nato e cresciuto a Vittoria, una città costruita da uomini che, come scriveva Fava " non avevano né tempo né fantasia per farsi una città più bella", fatta di tante strade uguali e monotone, che si stendono parallele a perdita d'occhio e si dileguano nelle campagne. Vittoria e’ una terra operosa, ma anche di degrado e di abusivismo per necessità, di “convergenze criminali”, dove una cupola mafiosa ha gestito e continua a gestire, nonostante i colpi inferti dalla magistratura negli ultimi anni ai clan, un’economia parallela con il consenso di un parte della popolazione. Una nuova mafia, forse ancora più aggressiva e subdola del passato, oggi fa ingenti affari, impone il pizzo, gestisce attivita’ economiche, come ha denunciato anche Paolo Borrometi nelle sue tante inchieste. Da questa realtà quasi immutabile nel tempo parte il racconto lucido e freddo del boss Carbonaro a Bascietto, attraverso la descrizione rigorosa dell’ascesa del suo clan a Vittoria, i riti di iniziazione, gli anni del terrore insieme alla famiglia Dominante, le alleanze strette con i clan più potenti della Sicilia, gli incroci familiari della Stidda, l’organizzazione criminale che opera nelle provincie di Caltanissetta, Agrigento, Ragusa. Una mail inviata da Claudio Carbonaro allo stesso cronista nell'estate del 2009 è l'incipit di questo libro-confessione che raccoglie sette anni di lunghi colloqui tra il boss pentito e Bascetto. Un dialogo franco, aspro, utile a descrivere i contorni di una guerra senza regole, come la scena terribile della morte della moglie del boss Turi Pavone, che prima di essere uccisa dai Carbonaro stringe al petto come in una tragedia greca il proprio bambino di due anni sussurandogli che il padre veglierà sempre su di lui. E’ una Sicilia violenta e cinica, da cui si può uscire, scrive speranzoso nelle pagine finali Bascietto, ricordando Peppino Impastato, invitando i vittoriesi onesti a rompere con i padri e con il passato, ad avere il coraggio di dire no. La Sicilia 4 gennaio 2020 Salvo Guglielmino Inviato da FirstClass con il mio iPad
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