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Anche a Mosca si mangia siciliano. La scalata dello chef Nino Graziano
lunedì 16 settembre 2019
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"Matteo Salvini? Antonio Conte? Qui a Mosca l'italiano piu' conosciuto e' Nino Graziano. Lui davvero e' un grande chef siciliano”. Il portiere del famoso Hotel Metropol con la sua divisa larga e grigia, due manchette argentate sulle spalle come un maresciallo della “Policija” russa, è uno dei pochi a balbettare qualche parole di italiano, mentre ti fa notare nei corridoi le foto di tutti i personaggi celebri che hanno soggiornato in quell’albergo pluristellato, sede del controverso incontro tra il braccio destro di Salvini, Savoini e i tre anonimi negoziatori. “Quest'anno ci sono tanti italiani qui in vacanza. Non fa caldo ad agosto. E poi qui e’ tutto pulito, ordinato. Anche se piove, lavano le strade due volte al giorno. Abbiamo una delle più grandi metropolitane del mondo, 260 stazioni che collegano ogni punto della città”. Benvenuti a Mosca signori. Una metropoli gigantesca dove vivono piu’ di 18 milioni di persone, senza considerare quel milione di turisti che ogni anno vengono ad ammirare quello e’ il cuore politico ed economico della Russia. Il colpo d’occhio è da cartolina: a destra del Metropol c'è il mitico teatro Bol'šoj, a sinistra le mura della Piazza Rossa e del Cremlino, alle spalle l’isola pedonale Nicholas Street, illuminata giorno e notte con candeline fosforescenti , come se qui fosse sempre Natale. Ma la ciliegina sulla torta di questa zona è da qualche anno anche la “Bottega Siciliana”, il ristorante di Nino Graziano, siciliano di Villafrati che a Mosca ha aperto una catena di locali ( si chiama "Accademia") in società con alcuni imprenditori locali. La storia di Nino Graziano merita di essere raccontata ( l'anno scorso ha aperto anche un ristorante a Roma, l'Osteria Siciliana). Lui è stato uno dei primi chef italiani bistellati a lasciare la Penisola per partecipare all’ondata di esportazione all’estero della cucina italiana di ultima generazione. Emigrato per anni in Francia, era tornato in Sicilia per aprire “Il Mulinazzo”, alle porte di Palermo: il migliore ristorante siciliano, almeno fino al 2005, anno in cui Nino emigrò di nuovo, questa volta nella fredda Mosca. Dal suo primo “Semifreddo “ è arrivato a quota 18 ristoranti aperti nella capitale russa, un record, in una citta' dove un affitto per un locale sfiora i 140 mila dollari al mese e gli incassi galleggiano sui 25 mila euro al giorno. “I russi amano tutto ciò che è italiano. L'arte, la cultura, la musica, la moda ma soprattutto il nostro cibo", spiega Stefano, un elegante pizzaiolo di Laspezia, poco piu’ che quarantenne che sette anni fa ha mollato tutto per accettare le lusinghe dello chef palermitano e della sua cucina gourmet. “E' chiaro che le sanzioni del Governo italiano ci hanno molto penalizzato in questi ultimi anni”, si lamenta Stefano. “Non arrivano piu’ i prodotti freschi della nostra terra e quindi ci siamo dovuti arrangiare. Facciamo tutto noi : la mozzarella di bufala, la burrata, i cannoli di ricotta. La gente a Mosca vuole prodotti di qualità e noi ci siamo attrezzati”. Cosi come si sono attrezzati anche gli stilisti di tutto il mondo che a Mosca e San Pietroburgo espongono le loro collezioni piu’ costose all’interno di mega centri commerciali come gli splendidi magazzini Gum, ottanta mila metri quadrati di superficie suddivisi in tre gallerie, proprio dirimpetto alla Piazza Rossa, dove anche il gelato e’ diventato una sorta di cult, una meta obbligata per i turisti. “Il 10% della popolazioni di Mosca è diventata molto ricca. Parliamo di un milione di persone che comprano macchine lussuose, abiti griffati e girano il mondo. Ma nel resto della Russia un salario non va oltre i 400 euro al mese. Con 100 rubli (1 euro e 30 centesimi) si fa un pranzo completo”. Tatiana ha una laurea di ingegnere petrolchimico, ma ha scelto di fare la guida turistica, come libera professionista. Ha affittato il suo appartamento al centro di Mosca e ha comprato una piccola villetta con l’orto in periferia. “I turisti italiani mi chiedono sempre se si stava meglio quando c'era il comunismo. È difficile fare confronti. Prima della perestrojka di Gorbaciov, lo Stato si occupava di tutto. Ti davano la casa, pagavano l'università ai figli degli operai, ti trovavano il lavoro. Ma i supermercati erano vuoti, non c'era niente da mangiare. Era un’ economia statale che non produceva niente. Ma oggi il benessere frutto del capitalismo russo non è per tutti. Ci sono più diseguaglianze e purtroppo tanta corruzione". In effetti nel viaggio sul treno superveloce che in quattro ore ci porta da San Pietroburgo a Mosca, il panorama esprime meglio di ogni altra cosa le contraddizioni della Russia di Putin. Si intravedono boschi immensi, qualche piccola azienda ma soprattutto ci sono agglomerati di vecchie costruzioni fatiscenti degli anni cinquanta, e migliaia di piccole abitazioni di legno di 40 metri quadri, dove vivono le famiglie degli operai. Nella Russia nazionalista di Putin prosegue la grande corsa costante verso le citta', giustificata anche da un fatto: il 70% dei lavori pubblici oggi si concentra nelle aree metropolitane. Mosca è un cantiere a cielo aperto, dove si lavora ininterrottamente 24 ore su 24. Si piastrellano le strade, si restaurano chiese, palazzi ottocenteschi, si costruiscono nuove stazioni della metro, aeroporti, centri commerciali, parcheggi. E’ il trionfo della nuova “pianificazione” di Putin, che ha avuto il suo momento clou nei mondiali di calcio del 2018. È stata persino ricostruita in cinque anni la cattedrale ortodossa del Cristo Salvatore che era stata fatta saltare in aria dal regime sovietico nel 1931 e trasformata in una grande piscina. “I russi sono contenti, anche se molti ignorano che la ditta che fa i lavori a Mosca è della moglie del sindaco Sobjanin”, rivela perplessa Giulia, una bellezza mozzafiato che studia architettura ma lavora come cameriera di fronte al Palazzo giallo della Lubjanka, la sede del vecchio Kgb ed oggi dei servizi segreti russi. Ecco che può capitare di ascoltare per le vie di Mosca inattesi comizi lampo di giovani russi sulla scia di Olga Misik, la ragazzina di 17 anni, icona delle proteste anti-Putin. Minuta, faccia acqua e sapone, foto e video già diventati virali sul web, Olga è stata paragonata addirittura al ragazzo che sfidò i carri armati in Piazza Tiananmen. Ormai da un mese la gente scende in piazza a Mosca. I manifestanti chiedono che sia consentita la candidatura ai tanti dissidenti finora esclusi dalle elezioni comunali di settembre. Ma dietro c’è molto di più. È soprattutto tra i giovani più istruiti che negli ultimi anni è germogliato il seme del dissenso e della protesta. È nato un movimento che si chiama «Bessrochka» («Senza scadenza»). Non hanno un leader, né una struttura centrale, ma chiedono le improbabili dimissioni di Putin da capo dello Stato che governa come uno Zar la Russia ormai da un ventennio. Ma sono posizioni minoritarie oggi in Russia, come ci ricorda in un perfetto inglese il tassista cinquantenne che ci accompagna all’aeroporto. “Putin rappresenta la certezza di una stabilità politica della Russia. Ha ridato prestigio e centralità internazionale al nostro paese. È un uomo saggio. Equilibrato. Senza di lui ci sarebbero più pericoli in Europa e per il mondo. I giovani non hanno vissuto il caos degli anni novanta>>. La Sicilia 2 settembre 2019
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