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A Palazzolo la lapide fascista sulle sanzioni all'Italia
martedì 6 settembre 2011
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“Faccetta nera, bell’Abissina. Aspetta e spera che già l’ora si avvicina!”. Persino il poeta romano Giuseppe Michelin resterebbe di sasso nello scoprire che, a distanza di sessant’anni dalla caduta del fascismo, sulla facciata del municipio di Palazzolo Acreide c’e’ ancora una lapide di marmo bianco, con ai lati fasci littori, stilizzati e contrapposti. All’interno di una cornice sgusciata, è incisa un’epigrafe colorata in nero:

18 NOVEMBRE 1935, XIV (l’anno dell’era fascista, ndr) A RICORDO DELL’ASSEDIO / PERCHE’ RESTI DOCUMENTATA NEI SECOLI / L’ENORME INGIUSTIZIA / CONSUMATA CONTRO L’ITALIA / ALLA QUALE / TANTO DEVE LA CIVILTA’ / DI TUTTI I CONTINENTI.

Poche persone conoscono la storia di quella lapide misteriosa. Solo qualche turista curioso (sono tanti nel periodo estivo da queste parti) si ferma ad osservarla, per cercare di decifrarne il contenuto. Poi, scuotendo la testa, si allontana quasi con un moto di repulsione.
Ma a quale “assedio” si fa riferimento? E quale terribile “ingiustizia” si era consumata in quella circostanza contro l’Italia? Il 18 novembre del 1935 è la data di inizio di quello che Benito Mussolini aveva definito dal balcone di Piazza Venezia “l’assedio societario delle inique sanzioni”, cui l’Italia venne condannata dalle Società delle Nazioni come “paese aggressore” a seguito dell’invasione dell’Etiopia da parte delle truppe del generale Del Bono, nei primi di ottobre del 1935. Del resto la Carta della Società delle Nazioni (che poi diventarono l’Onu) parlava chiaro: “… se un membro della Lega ricorre alla guerra (…) sarà giudicato ipso facto come se avesse commesso un atto di guerra contri tutti i membri della Lega…”. In quell’anno, l’Italia del regime fascista scriveva una delle pagine nere della nostra storia, invadendo uno stato libero solo per inseguire il sogno utopico di ottenere un proprio impero. L’ Italia che in quella guerra uccise più di 700 mila etiopi tra militari e civili, ricorrendo spesso anche ad armi illecite, come la terribile iprite. Eppure il fascismo denunciò l’iniziativa della Società delle Nazioni come un “perfido piano per soffocare economicamente il popolo italiano” e approfittò dell’occasione per dare vita ad una poderosa azione di propaganda contro quei paesi che cercavano di “strangolare la patria in guerra”. Fu dichiarata l’autarchia: l’Italia avrebbe fatto affidamento solo sulla produzione interna. Ma le sanzioni, tutto sommato, furono poco efficaci.

Stati Uniti, Germania, Giappone non facevano parte della Società delle Nazioni e garantirono all’Italia alcune forniture (soprattutto petrolio e carbone) particolarmente necessarie alla guerra. E altri Paesi, colonizzatori quanto l’Italia, lasciarono intendere a Mussolini che avrebbero chiuso un occhio.

Le conseguenze dell’embargo furono, insomma, esattamente l’opposto di quelle che la Società delle Nazioni aveva sperato di raggiungere, perché suscitarono un’ondata di indignazione che rafforzò il consenso del regime e irrigidì la posizione del governo italiano.

Ciliegina sulla torta, il Gran Consiglio del Fascismo dispose che ”sulle Case dei Comuni d’Italia” fosse apposta una ”pietra” a memoria delle ”inique sanzioni”, per testimoniare nel tempo l’indignazione contro le ”nazioni plutocratiche” ed esortato, in maniera retorica, all’orgoglio nazionalista. Questa è la storia quantomeno singolare di quella targa di marmo.

Alla caduta del regime fascista, quasi tutte le lapidi furono rimosse nelle città italiane. Ne resta ancora qualche esemplare (non senza polemiche e sit -in di protesta) in Sicilia a Mascalucia e Siculiana, a Guidonia nel Lazio, ad Amelia in Liguria. Anche a Palazzolo Acreide la stele di marmo è ancora lì, nella splendida piazza principale del paese, sulla facciata del Municipio tirato a lucido,nello stesso posto dove l’aveva fatta collocare Mussolini. Apologia del fascismo? Non esageriamo. Di certo un po’ di leggerezza c’è stata, una forma di sciatteria o forse di indifferenza in una città come Palazzolo Acreide, in passato vivace sul piano culturale, piena di associazioni e circoli esclusivi, e che, tra l’altro, è da qualche anno pure “Patrimonio dell’Umanità”.

“Circa vent’anni fa, durante i lavori di restauro del palazzo comunale scoprimmo per caso quella lapide, che alla caduta del regime era stata coperta da uno strato di calce, come tante altre scritte fasciste sui muri di Palazzolo”, racconta uno degli amministratori dell’epoca. “Eravamo curiosi di vedere che cosa ci fosse scritto. Diciamo che la considerammo una sorta di reperto storico. Per questo l’abbiamo fatta restaurare e poi lasciata al suo posto davanti al Municipio. Non c’era alcun intento celebrativo. Serviva solo per comprendere meglio il nostro passato. A futura memoria”. Un obiettivo lodevole. Guai a dimenticare il proprio passato. Ed ancora di più i propri errori. Ma non c’è memoria che tenga davanti al recupero di una iscrizione che inneggia a valori discutibili, come quelli su cui era fondata l’Italia fascista. Perché allora non ripristinare davanti ai negozi le scritte “vietato entrare agli ebrei”, o rimettere le statue di Mussolini e dei suoi gerarchi nelle piazze? In effetti, tutto ciò che appartiene al passato può avere un valore storico, da questo punto di vista. “Quando saremo insieme a te , noi ti daremo un’altra legge ed un altro Re”, recitava una strofa di “Faccetta nera”, composta per giustificare l’intervento militare in Etiopia, che, oltre a procurare all’Italia un ”posto al sole”’ doveva, secondo la propaganda fascista, porre fine alla condizione cosi’ degradata della popolazione abissina. Ma sappiamo bene, purtroppo, come andarono le cose.

La Sicilia 5 settembre 2011
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