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Gli occhi spenti della vedova di Torino
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Il 2007 si chiude, purtroppo, nel dolore per i tanti, troppi, morti sul lavoro. Abbiamo negli occhi le strazianti testimonianze dei parenti e degli amici delle vittime di quelle stragi. Storie di gente umile, perbene, spesso emigranti meridionali, che si alzano presto la mattina e d arrivare alla fine del mese. Ho incontrato una delle vedove del rogo di quella fabbrica maledetta di Torino. Era disperata. Gli occhi lucidi, spenti. “Non posso pensare alle mie bambine senza papà”, diceva, con un filo di voce. “Ho provato a dirglielo, ma loro non mi hanno creduto. Mica era vecchio, mi hanno detto”.
Una scena straziante.
L’Italia è nella media europea degli incidenti sul lavoro. Ma è una statistica falsata, frutto della classica media di Trilussa. Una cosa sono gli incidenti fortuiti per raggiungere il posto di lavoro, altra cosa sono quelli che accadono nei cantieri, spesso per il mancato rispetto delle più elementari norme sulla sicurezza. Di chi è la responsabilità? Alcuni commentatori hanno sostenuto in queste giornate che il sindacato non vigili abbastanza, che si preoccupi più per i salari piuttosto che della sicurezza dei lavoratori. Un modo classico per scaricare, come sempre accade in Italia, sulle spalle di altri le responsabilità evidenti dei datori di lavoro e anche delle istituzioni. E' l'impresa che di regola deve vigilare che i propri dipendenti non muoiano di lavoro. Il sindacato avrà le sue colpe nel nostro paese, ma ha sempre fatto il suo mestiere in materia di tutela della salute dei lavoratori. Il problema è che i cosiddetti “responsabili” della sicurezza contano poco e niente. Hanno il diritto di “chiedere al datore di lavoro di prendere misure adeguate e di presentargli proposte per ridurre qualsiasi rischio per i lavoratori ed eliminare le cause di pericolo”. Ed il datore di lavoro dovrebbe concedere ai rappresentanti dei lavoratori un “sufficiente esonero dal lavoro - senza perdita di retribuzione – e mettere a loro disposizione i mezzi necessari per esercitare i diritti e le funzioni derivanti dalla presente direttiva”. Voi pensate che nelle piccole aziende, nei cantieri, nelle fabbriche,negli uffici, negli ospedali, queste norme vengano rispettate? Accade il contrario. In alcuni posti di lavoro, i responsabili della sicurezza subiscono provvedimenti disciplinari perché non si fanno i fatti loro. Sono considerati dei rompiscatole.
Eppure la legge prevede una responsabilità per “negligenza”, là ove non vi sia stata una “tempestiva segnalazione rispetto ad un problema specifico che possa avere effetti rilevanti sulla sicurezza e sulla salute”. Ma per esercitare le sue funzioni, il rappresentante della sicurezza dovrebbe sempre accedere ai luoghi di lavoro in cui si svolgono le lavorazioni. Dovrebbe essere consultato preventivamente e tempestivamente in ordine alla valutazione dei rischi. Bisognerebbe chiedere il suo parere sulla designazione degli addetti al servizio di prevenzione, all’attività di prevenzione incendi, al pronto soccorso, alla evacuazione dei lavoratori. Sarebbe necessario metterlo in condizione di poter fare ricorso alle autorità competenti qualora ritenga che le misure di prevenzione e protezione dai rischi adottate dal datore di lavoro e i mezzi impiegati per attuarle non sono idonei a garantire la sicurezza e la salute durante il lavoro. E’ un lavoro complesso, delicato, fondamentale.

Ma in quanti posti di lavoro vengono garantiti questi diritti? Non possiamo pretendere che ci siano medici del lavoro o ispettori capaci di controllare o presidiare quotidianamente tutte le aziende o gli uffici. Sono le imprese e i lavoratori che devono collaborare. Questo è l’unico modo per avviare una svolta culturale nella sicurezza. Sapendo che ogni omissione, ogni eventuale risparmio negli strumenti di prevenzione, ogni piccola disattenzione possono valere una vita umana.

Conquiste del Lavoro - 14 dicembre 2007
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