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Il sogno di Enrico Mattei
martedì 3 agosto 2004
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Per molti anni, Siracusa è stata l’avanguardia di tutto il Sud. Quando il cavaliere Angelo Moratti, mezzo secolo fa, installò audacemente i primi confusi tralicci della Rasiom, quando i magnati della Edison cominciarono a montare Sincat e Celene, questa città, questa provincia, avevano una economia basata essenzialmente sull’agricoltura, sulla pesca, sul piccolo artigianato, sull’assistenza pubblica. L’industrializzazione avrebbe profondamente mutato il territorio, l’economia e le condizioni di vita di questa zona della Sicilia. Era, nel fondo, la realizzazione del teorema dell’IRI di Enrico Mattei, delle partecipazioni statali, di Pasquale Saraceno: la grande industria, privata e di stato, che dall’alto, sposta le sue produzioni nel Sud, per fare più profitti, certo, ma anche per migliorare le condizioni di vita del Mezzogiorno, per incrementare il reddito e favorire lo sviluppo e l’occupazione delle zone depresse del paese. I siracusani fecero loro questo ‘teorema’. Questo il loro straordinario merito: la loro onestà, la pazienza, la laboriosità con cui si sono adattati a quella nuova esperienza. Hanno costruito gli stabilimenti, hanno imparato a far funzionare le macchine, hanno creato a sua volta altri piccoli stabilimenti, legati ai destini del petrolchimico, che lentamente hanno ricoperto il tratto di costa che dal Golfo di Catania conduce a Siracusa. Questa fantastica città di fiamme, fumi, odori, grattacieli di alluminio, ferrovie, moli di metallo, cupole adesso rischia di chiudere. E dire che tutto era cominciato con una raffineria comprata da Moratti il 29 dicembre del 1948 a Longliew, nel Texas, imballata in centinaia di grandi casse e miracolosamente costruita da venti ingegneri milanesi e da duemila pecorai e carrettieri siciliani. Tutta la costa era un deserto cosparso ancora di rottami bellici, binari divelti, casolari sfondati. Non c’era altro. Ma la rada aveva fondali profondi nei quali potevano gettare le ancore anche le petroliere da cinquemila tonnellate. Infine, in questa provincia, razziata dalla guerra e da una lunga disperata tradizione di povertà, c’erano mano d’opera a buon prezzo, braccianti, contadini, magari analfabeti ma mansueti, che non chiedevano tanto un salario, quanto la possibilità di sopravvivere. Il processo di industrializzazione dell’area di Siracusa (che comprende Priolo, Augusta, Melilli e parte del catanese) è cominciato così. Lo Stato vi ha contribuito con qualche centinaio di milioni, distrattamente spesi, la Regione ancor meno. L’industria privata va dove gli conviene, dove trova le condizioni più favorevoli, dove può più facilmente sfuggire all’assedio fiscale, pagare dei salari pi bassi, trovare più clienti, vendere al prezzo più alto. Non sappiamo quanto vale la città di Priolo, ma il suo valore reale va misurato su un piano diverso, più concreto. L’Enichem oggi è un pilastro dell’economia siciliana. Anche per questo la provincia di Siracusa è quella che ha il più basso indice di criminali in tutto il sud. Dipende dalla ‘babbaria’, dalla mitezza, dalla tradizionale onestà della sua popolazione; ma è anche vero che questa popolazione, per soddisfazione del suo stato economico, ha minori necessità o tentazioni di rubare, rapinare, scippare, imbrogliare, estorcere, truffare. Questa spettacolare città industriale ha ammorbato l’aria, ha velato il sole con i suoi fumi e vapori, ha sporcato e avvelenato l’acqua del mare e dei fiumi, ma ha liberato almeno ventimila famiglie dalla miseria. Non tutto è andato così come ci si attendeva. Centinaia di persone di tutte le età e fasce sociali si sono ammalate di tumore, decine e decine di bambini sono nati deformati, o soffrono di allergie violente, asma, leucemia. La magistratura deve continuare ad indagare su tutto questo. Molte occasione sono andate perdute, anche per la miopia dei gruppi industriali e l’indifferenza delle istituzioni. Si sono accumulati gravi ritardi nelle necessarie infrastrutture e nella rete dei servizi, quelle che sono le antiche, tragiche carenze di fondo di tutta l’economia siciliana. Ci sono state e persistono pesanti ripercussioni ambientali. Ma il bilancio non può essere definito a priori negativo. La gran parte del reddito della provincia di Siracusa viene ancora dall’area del petrolchimico. Una quota consistente del bisogno energetico nazionale proviene da questa provincia. Circa l’80 per cento delle esportazioni dalla Sicilia verso l’estero partono dall’area industriale di Priolo e Augusta. Oggi come ieri non è ipotizzabile uno sviluppo economico senza industrializzazione. Ecco perchè l’esperienza del Polo petrolchimico di Siracusa, andrebbe salvaguardata e rilanciata, con il concorso di tutti: istituzioni regionali e nazionali, forze sociali, imprese, banche. Questo è il lembo dell’Europa più vicino ai grandi bacini petroliferi del medio Oriente, ed il punto esatto dove confluiscono tutte le rotte commerciali più importanti dell’Africa e dell’Europa. Qui, a distanza di poche miglia, ci sono due porti naturali tra i più imponenti del Mediterraneo, Siracusa ed Augusta, che vanno potenziati per le esigenze industriali e turistiche. Si può sconfiggere la vecchia cultura del meridionalismo piagnone e dell’assistenzialismo, guardare in avanti con fiducia, avere una visione ‘positiva’ del futuro. Basta un po’ di volontà in più ed un pizzico di demagogia in meno.
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