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Un guard-rail di cartone
martedì 3 agosto 2004
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Erano carabinieri siciliani. Erano giovani e forti. E sono morti. L’automobile su cui viaggiavano ha ‘sfondato’, come un cartellone di cartapesta, un guard-rail, alto appena 50 centimetri dell’autostrada Palermo-Catania. Dopo un volo da un viadotto alto più di 25 metri, due ragazzi si sono sfracellati su un canalone sottostante di cemento armato. Il terzo si è salvato per miracolo, forse perché non aveva la cintura di sicurezza allacciata. E’ vero: morire in una missione di guerra è un’altra cosa. Ma anche quei tre giovani carabinieri siciliani venivano dalla loro ‘missione’. Non occorre sminare un campo minato per diventare ‘eroi’. Anche loro, avevano fatto sempre il proprio dovere: i turni notturni di guardia davanti al Tribunale di Palermo, il servizio di vigilanza davanti alla casa dei magistrati o di uno dei tanti politici sotto scorta, il servizio di ordine pubblico allo stadio. Questa è la vita di chi sceglie, con coraggio, di fare il carabiniere. Che differenza fa? Tutti i carabinieri, in fondo, sono degli sconosciuti ‘eroi’. Tuttavia, quei giovani militari, che tornavano a casa dalle loro famiglie, si potevano salvare. Su quel tratto di autostrada nei pressi di Enna, tra l’altro quasi interamente sopraelevato, sono morte decine di persone. Se in quella maledetta curva, che tutti da sempre consideravano pericolosa, fosse stato installato un sistema di protezione più adeguato, un guard-rail più alto e rinforzato, una rete metallica, quei poveri ragazzi, forse, oggi sarebbero vivi. Sapete una cosa: è una balla quando si dice che si muore perché esiste un destino cinico e baro. Spesso sono scuse per coprire la nostre responsabilità, le nostre omissioni, le nostre manchevolezze. E così ci si mette in pace con la coscienza… La Sicilia non è la Lombardia, l’Emilia o il Veneto dove ci sono decine di autostrade a tre o quattro corsie su cui bisogna vigilare, minuto per minuto, su cui bisogna continuare a investire centinaia di migliaia di euro per la sicurezza della circolazione di migliaia di veicoli. In Sicilia, esistono solo tre vere autostrade, interamente percorribili: la Catania-Messina, la Palermo-Messina (recentemente completata dopo 35 anni) e la Catania-Palermo (di competenza dell’Anas). Centinaia di persone in questi decenni hanno perso la vita in quelle che sono le ‘uniche’ autostrade dell’isola. In media, gli incidenti mortali sono più frequenti in Sicilia che in Val Padania. Tutte le altre reti autostradali non sono mai state del tutto completate. Alcune di esse sono rimaste tracciate solo sulla carta, molte altre strade sono in costruzione da trent’anni nonostante centinaia di miliardi stanziati e promesse di ogni ‘colore’ politico. Parliamo della Catania-Siracusa, i cui lavori dovrebbero concludersi fra quattro anni, la Siracusa-Gela che per il momento si ferma a Cassibile, la Gela-Santo Stefano di Calastra, la strada veloce Nord-Sud, che dovrebbe unire la costa meridionale a quella settentrionale, passando per il centro dell’isola. E poi ancora la Gela-Trapani, la Trapani-Mazara, la Ragusa-Catania, la Palermo-Agrigento, la Agrigento-Caltanissetta: tutte strade inserite nella ‘legge obiettivo’. Paradossalmente è un bene che queste autostrade non siano mai state completate. Perché non ammetterlo? Bastano quattro gocce di pioggia e la Palermo-Catania, o la Catania-Messina diventano piste di pattinaggio. La Catania-Palermo è una vecchia autostrada abbandonata a se stessa, dove si fa scarsa manutenzione, con la scusa, ignobile, che non si paga alcun pedaggio. Lo Stato, la Regione, le Province, i Comuni che cosa hanno fatto per migliorarne la sicurezza? Questo non vuole essere, certo, un processo. La verità che non c’è in tutta Europa un popolo così orgoglioso e infelice come quello siciliano che faccia tanto male a se stesso. Ci commuoviamo e ci indigniamo per un attimo. Facciamo tanti bei discorsi. Poi ciascuno pensa ai fatti suoi. A farne le spese sono stati stavolta due giovani carabinieri di appena vent’anni. Un altro, purtroppo,non dimenticherà mai quella tragica esperienza. Già. Ma la prossima volta a chi toccherà?
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