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Morire di non lavoro
martedì 3 agosto 2004
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Si chiamava Salvatore Giardina. Aveva 44 anni. Era disoccupato, dopo una vita passata in Germania da emigrante. Si è ucciso a Noto, in Sicilia, impiccandosi con un cavo d’acciaio in un vecchio casolare di campagna. Ha scelto la stessa tragica strada di tanti altri disoccupati che decidono di farla finita, magari sotto le finestre dei municipi o sotto i pontili delle fabbriche in disuso. Storie di disperazione. Oggi in Sicilia si muore di non lavoro. Eppure ci sono zone del Nord dove gli imprenditori non riescono a trovare un disoccupato e quando lo trovano se lo contendono come una merce rara. Almeno centomila meridionali ogni anno lasciano la propria casa, i parenti, la moglie, i figli. Non hanno più la valigia di cartone, come un tempo. Ma sono pur sempre “emigranti”. Vanno in Friuli, in Veneto, nel Nord-est: fanno i carpentieri, i muratori, i piastrellisti, i manovali, gli elettricisti. Vivono in appartamentini di quattro stanze, che molto spesso le imprese mettono a loro disposizione. Una camera per ogni emigrante. Un solo bagno. Per le strade li riconosci subito, perché camminano a gruppi, come le reclute del servizio di leva. Se ascolti il loro accento puoi capire da dove arrivano: da piccoli paesi vicino Enna, Caltanissetta, Trapani, Catania. Le loro mani sono arrossate dal freddo. Hanno tutti una automobile, qualcuno persino lo spider. Poi il sabato, vanno a divertirsi in discoteca, a “sballarsi”. La domenica dormono fino alle quattro del pomeriggio. Sono simili ai loro coetanei. L'unica differenza è che per sopravivere, sono dovuti andare via dalla propria terra, come si faceva negli anni ’50. Alcuni di loro non hanno intenzione di tornare più. Per fare che cosa? Per riprendere a bighellonare, su è e giù, per il “corso” del paese, per lavorare in nero a 400 euro al mese. Ma quale Europa! Questa è oggi la realtà del nostro paese: ci sono provincie del Nord che viaggiano verso la piena occupazione,ed altre dove si sfiora il 30 per cento di disoccupazione. Dovrebbero essere le imprese a spostarsi, come accade in altre realtà europee, nei paesi dell’Est. Ma nel Sud oggi non vuole venire più nessuno. La Sicilia è troppo lontana dai mercati del centro Europa, la manodopera costa troppo, c’è ancora una burocrazia asfissiante. E poi c’è la mafia, sempre presente, attenta ad ogni fenomeno, pronta ad adattarsi ad ogni nuovo business. In un immaginario processo al nostro paese, la Sicilia è uno dei tre o quattro testimoni più importanti. Offre le prove schiaccianti di quello che si potrebbe fare, di quello che è stato fatto, e di quello che deve fatto. Lo Stato ansima, sospira, ammicca, tergiversa, riflette, prende tempo. Lo Stato preferisce la Sicilia stracciata, turbolenta, imbrogliona, mafiosa. Ogni tanto manda giù una bella commissione d’inchiesta costano molto meno delle dighe. Gli aeroporti di Palermo e Catania sono rimasti gli unici nell’isola. La rete ferroviaria è stata praticamente smantellata. Il sistema stradale fa letteralmente pena, con tante autostrade che attendono progetti e fondi. Figuriamoci se si farà mai il Ponte sullo Stretto. La Sicilia, frattanto, aspetta. Con la sua infinita pazienza, la sua superbia fanatica, la sua riconosciuta infelicità. Già ma fino a quando?
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