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L'oro rosso di Pachino
mercoledì 2 marzo 2005
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Sapete qual è la pianta orticola più studiata al mondo? Il pomodoro. Furono alcuni genetisti israeliani, incrociando diverse specie di pomodori, nati spontaneamente in Italia, ad ottenere, una quindicina di anni fa, un pomodorino, il ‘naomi’, robusto, rosso e saporito che ha trovato il suo habitat ideale nella zona sud orientale della Sicilia: a Pachino, l’ultimo lembo dell’Europa in faccia all’Africa, visto che si trova a quaranta miglia al di sotto della latitudine di Tunisi. In questa zona il mare fa davvero invidia a quello dei Caraibi: sabbia bianca, spiagge immense, acque turchesi. Nei pantani circostanti, nidificano in autunno i fenicotteri rosa, i cigni, le cicogne. E si riproduce anche la tartaruga marina, tra le calette incontaminate della oasi naturalistica di Vendicari, salvata vent’anni fa dalla speculazione edilizia. A due passi dal mare, sono nate migliaia di serre, una accanto all’altra, praticamente installate sul terreno sabbioso, irrorate con l’acqua salmastra, consumate dal sole siciliano e dal ghibli che qui soffia implacabile da levante a scirocco. Una volta Pachino era solo un paesone di ventimila anime, conosciuto per i suoi vigneti, terra di un vino aspro, bruno e denso, che raggiungeva i 18-20 gradi, lasciava il segno sui bicchieri ed inceppava anche la lingua più sciolta. Si diceva che era il vino che costò un occhio alla testa di Polifemo, che era un intenditore, se è vero che Ulisse ne fece ampia provvista nella “terra ubertosa di Capo Pachino”. Ma nei primi anni ’90 a Pachino è sbarcato da Israele lo ‘sherry’. Alcuni agronomi avevano creato un pomodorino ‘ibrido’, il cui seme prezioso oggi viene venduto, da una unica ditta, l’Hazera, che controlla l’ottanta per cento del mercato mondiale (il restante 20 per cento viene prodotto nelle Antille Olandesi). Il prezzo? Cinquanta mila euro al chilogrammo, ovvero cento milioni delle vecchie lire. Insomma, il ciliegino è diventato ormai una specie di “oro rosso” che oggi viene prodotto in quantità industriali in tutta l’area della Sicilia orientale che da Pachino abbraccia tutta la costa del ragusano, dove il sole picchia duro tutto l’anno e le piogge sono scarsissime. Non ci sono più disoccupati qui. Almeno il 70 per cento degli emigranti sono rientrati e sono diventati soci delle cinque cooperative che producono il ciliegino: casalinghe, studenti, diplomati, laureati, immigrati, qui il pomodoro e la coltivazione di meloni, zucchine, peperoni, offrono lavoro a tutti. Questa area della Sicilia orientale è diventata a piena occupazione, proprio come certe province del Veneto. E’ cambiato lo stile di vita. La gente lavora e sta bene. Pachino è il nord-est del Meridione. Entriamo ed usciamo dalla serre, un privilegio. Qui è tutto rigorosamente top secret. Quel sapore unico del ciliegino è il frutto di una miscela di ingredienti rigorosamente custoditi dai pachinesi. L’umidità ed il calore all’interno delle serre sono infernali. Il ‘naomi’ è una pianta difficile da coltivare. Ha bisogno di concimazioni adatte, di temperature stabili, di tassi di umidità, controllati minuziosamente da impianti di aerazione molto sofisticati. Ogni anno, da novembre a giugno, nei vivai di Pachino vengono prodotti 40 milioni di piantine di pomodorino, protette ormai da un marchio ‘doc’ che ne garantisce l’indicazione geografica tipica. Ciascuna di queste piantine produrrà,dopo circa tre mesi, cinque chili di prodotto, per un totale che si aggira sulle 500 mila tonnellate. Un business che ormai sfiora i 500 milioni di euro. Il ciclo è continuo. Si estirpa la vecchia pianta vecchia, si innesta quella nuova. Senza soluzione di continuità. Da un anno è stata sperimentata la coltivazione di un nuovo pomodorino, lo ‘shiren’, l’ultimo nato della infinita ricerca israeliana, leggermente più grande e resistente ai funghi, ancora più rosso, ancora più gustoso. Ad assicurare che si tratta di un ciliegino di qualità superiore ci pensa Aleandro Pegna detto ‘Sisto’, una sorta di Veronelli del pomodorino, un professionista ‘importato’ dai pachinesi dall’isola caraibica di Santo Domingo. E’ uno spilungone creolo di quarant’anni che vive a Pachino con la famiglia da cinque anni e che conosce come nessun altro tutti i segreti di questa pianta. Quando parla del pomodorino sembra descrivere non un semplice vegetale ma una pietra preziosa. Si inchina, prende docilmente in mano una piantina, l’accarezza, e comincia una specie di lezione, in un misto tra italiano, siciliano e castigliano. Il colore, il sapore e la consistenza del pomodorino sono il frutto di una lunga selezione naturale. Ecco perchè il pomodorino di Pachino non ha niente a che vedere con il ciliegino di massa che oggi viene coltivato, anche in altre località del Sud. A Pachino il terreno, la salinità dell’acqua e il vento sono speciali. Il territorio è come una penisola sospesa in mezzo al mare: da una parte lo Jonio dove il sole tramonta alle spalle del mare, sui monti Iblei; dall’altra, il ventoso Canale di Sicilia, dove la sera invece il sole si immerge dolcemente sul mare. Un vero spettacolo! Le serre all’orizzonte luccicano come le vele argentate di migliaia di barche, una luce bianca, quasi abbagliante. In lontananza il mare di Capo Passero sembra di cristallo. Forse era a questo che alludesse Dante quando con gli occhi di Carlo Martello, vide la “bella Trinacria che caliga tra Pachino e Peloro”.
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