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La speranza di Vittoria
mercoledì 2 marzo 2005
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Vittoria è sprofondata nel centro di una immensa vallata che comincia dagli altipiani di Ragusa e degrada lentamente verso il mare. Relegata nel fondo del continente europeo, distante da tutti i grandi centri dell’isola, lontana dalle grandi industrie, dai centri di produzione, dai porti internazionali, dagli aeroporti, non ha nemmeno la orgogliosa dignità architettonica di taluni paesi dell’interno, come Monterosso Almo, che mascherano la loro condizione dietro stupefacenti facciate barocche, cattedrali splendide, palazzi di baronie ormai divelte. Vittoria ha solo tre o quattrocento anni di vita. Cominciò a sorgere e crescere come colonia ragusana nel periodo più infame della storia economica siciliana: è fatta di case ad un piano, di piccoli palazzi, di prospettive squallide. E’ una città costruita da uomini che non avevano tempo, né denaro, né fantasia, né cultura per farsi una città diversa o più bella. Discendono da lontani incroci fra indigeni ed arabi, sono piccoli, neri, ciarlieri, infaticabili, puntigliosi. Non ascoltano conferenze, non frequentano bar e circoli. Ma hanno una drammatica carica di energia umana; una qualità che probabilmente nessun’altra popolazione della Sicilia possiede. Hanno la vocazione del rischio. Sono avari e spavaldi. Sono avari perché sono avidi di ricchezza, ma per lo stesso motivo sono spavaldi, perché impiegano subito il loro denaro, lo rischiano per moltiplicare la loro ricchezza. Vittoria produce più dei pozzi petroliferi di Ragusa, più del fatturato di una intera zona industriale. In trent’anni i suoi abitanti hanno trasformato tutta l’agricoltura del territorio. Hanno fatto quello che altrove non ha saputo fare nessuno in Sicilia. Avevano una terra senza dighe, senza strade, senza magazzini, ferrovie, silos, trattori. Invece di grano hanno coltivato ortaggi, pomodori, zucchine, melanzane, hanno scavato con le mani i pozzi per l’acqua, hanno costruito le serre attorno alle coltivazioni. Il ‘Cerasuolo’ è diventato uno dei primi vini Doc siciliani. Questo è il Nord est del Sud. Ci sono centinai di piccole imprese. Il tasso di disoccupazione della provincia di Ragusa è del 13 per cento. Nelle altre provincie siciliane sfiora il 40 per cento. Qui la gente ha sempre lavorato dodici o quattordici ore al giorno. Hanno fatto da soli. Non a caso Gesualdo Bufalino, prima di morire proprio sulla strada tra Comiso e Vittoria, parlava di ‘Far Sud’. Un po’ per richiamare l’idea del Far West e dei pionieri, un po’ per insistere sul tema della lontananza e del silenzio. In sintonia con Sciascia, conquistato dalla vivacità di questa “frontiera ambigua ed oscillante, adocchiata dalle più devastanti famiglie palermitane come un Eldorado da battere palmo a palmo”. E boss e gregari sono arrivati negli anni ’80, spesso per colpa di un vecchio istituto, il soggiorno obbligato in zone ‘non mafiose’. Sono loro che controllano oggi il mercato agricolo, sono diventati i veri veri padroni di Vittoria. I proprietari terrieri fanno una vita miserabile, vivono in piccole casupole nei pressi delle loro serre, mangiano una volta al giorno i prodotto della loro terra. I boss girano in paese con le auto da duecento milioni. Una volta questa era la provincia ‘babba’. E adesso il terrore è la minaccia di una siringa di nafta e di un cerino. Non c’è bisogno di bombe qui. Un brivido frusta i proprietari delle serre per quello che può accadere ai tendoni di plastica distesi per chilometri. Come si fa a non pagare il pizzo se mancano sicurezza, controllo del territorio, certezza della pena? Chi volete che continui ad investire in questa zona? Basta vedere le cifre per dimostrare come Vittoria, città governata da decenni non da notabili collusi ma dagli eredi delle lotte bracciantili, sia un caso nazionale: nel 1997 vennero arrestate per appartenenza alla mafia siciliana 755 persone e 150 erano a Vittoria. A Vittoria c’è un carcerato ogni 120 abitanti, in Italia ce n’è uno ogni 1.200. Con quale spirito civico può crescere a Vittoria un ragazzino, se vede i capi clan della sua città non messi al bando, ma circolanti, ricchi e riveriti, nelle sue stesse strade? Ecco perché le parole non bastano, come non basta una visita fugace da parte del premier di turno. Occorre una rivoluzione culturale, una rivolta delle coscienze. Legalità, sicurezza, sviluppo devono camminare insieme. Non c’è un prima e un dopo. Bisogna soprattutto diffondere messaggi positivi. Basta con il meridionalismo piagnone, con una Sicilia dove tutto è classificato e catalogato. Il siciliano viene vinto continuamente dal mondo, ma mille volte si rialza e continua a lottare. La verità è che egli è vivo come nessun altro e cerca disperatamente nella vita tutte quelle cose che possono dare una ragione alla vita stessa. Questa è la sua speranza: che gli uomini onesti siano veramente capaci di incontrarsi e unirsi.
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