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L’amore incestuoso di Iano
mercoledì 2 marzo 2005
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L’hanno trovata sul letto matrimoniale, distesa su un fianco, coperta di stracci, in avanzato stato di decomposizione. Il figlio le aveva dormito accanto per circa quattro mesi. Dalla finestra filtrava solo una luce fioca, quasi giallastra. Non si udiva alcun rumore, nemmeno un fruscio. Ogni mese Sebastiano Bellio, di buon mattino, andava all’ufficio postale a riscuotere la pensione della madre. Emanava un odore terribile. Diceva a tutti che la madre non stava bene, ma la gente non gli dava retta, anzi lo allontanava a causa della sporcizia e del fetore che emanava. Portava un impermeabile lungo e nero, sia d’estate che d’inverno, e un paio di stivali di gomma. Al collo portava un grande borsello dove raccoglieva frattaglie e oggetti vari anche dai cassonetti della spazzatura. Poi andava in banca, e chiedeva allo sportello di riscuotere altri soldi. L’impiegato di turno prendeva un pezzo di carta, lo piegava come un assegno e, dopo avergli messo un timbro, lo mandava via. Iano era solo un rompiscatole. Per tutti. Aveva la barba bianca, i capelli lunghi e scompigliati sulla testa. Ma quello che colpiva erano i suoi occhi: due rubini, azzurri, come il mare di Vendicari, nelle prime ore di pomeriggio quando il levante soffia morbido sulla punta estrema della Sicilia. Tutto è andato liscio per diversi mesi. Poi un giorno una parente insospettita ha bussato a quella porta. L’odore nauseabondo ormai si era esteso a tutta la strada. Ma Iano non apriva la porta a nessuno. Sono arrivati due carabinieri, in alta uniforme. Il primo era alto e grosso come un armadio, con due baffi che incorniciavano il viso. Il secondo era invece magrissimo, e fumava nervosamente una sigaretta dietro l’altra. Hanno dato un calcio a quella porta, come fanno i i poliziotti americani nei film. Ma quella porta era solida, dura come la quercia da dove era stata tratta. Hanno dovuto chiamare i vigili del fuoco. C’era pure l’ufficiale sanitario, che per precauzione indossava sul volto una mascherina. Quando la porta si è aperta è uscito fuori uno sciame di mosche verdi, quelle che si nutrono di carne. Iano era lì, era seduto accanto al letto della madre, stava masticando un pezzo di pane. Ha fatto segno di non disturbare. “Silenzio, fate silenzio, la mamma sta dormendo, non vuole mangiare da giorni”. Sul comodino c’era un piatto di broccoli, su cui ruotavano cento mosche. L’odore era terribile. Non esiste in natura niente di più puzzolente della carne umana in disfacimento. Il medico si avvicinò alla donna con una senso di nausea evidente. Disse che secondo lui era morta almeno da tre mesi. E Iano non ne aveva denunciato la morte. Per lui quella donna rappresentava tutto: era la madre, la sorella, e anche l’amante. Iano era il frutto incestuoso della violenza del padre nei confronti della figlia. Il padre di Iano era il padre di quella donna. Erano fratello e sorella. Ma erano anche madre e figlio. E con il tempo erano diventati pure amanti: un amore vero, passionale, carnale. Iano aveva dormito accanto al cadavere della madre per tre mesi. Fu trasportato in ospedale. Dovettero tagliare i vestiti che si erano incollati alla pelle per spogliarlo e lavarlo. Ma dopo tre giorni Iano morì. I medici dissero che i suoi polmoni avevano inalato aria tossica, velenosa. Ma accanto al letto fu trovato un biglietto, arrotolato come una pergamena. C’era scritto: “Iano, amore mio, portami i soldi della pensione!”.
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