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La sanità malata
mercoledì 2 marzo 2005
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Un uomo tra i quaranta e i cinquant’anni, colto da improvviso malore mentre tornava dall’ufficio, è morto accasciato sulle rampe della sua scala, tra la disperazione della moglie, le cure affannose del medico di turno, l’incredulità dei vicini di casa. Sembrava uno svenimento provocato dalla stanchezza, forse dal caldo, invece gli sopravvennero sei o sette collassi, un attacco fulminante. Avete presente come viene uccisa una serpe da un contadino? Sei o sette colpi di bastone, ancora non ha avuto il tempo di assorbire l’intero dolore della prima bastonata che subito gli arriva addosso la seconda, poi un’altra e un’altra ancora. Quell’uomo morì proprio così, nella spasmodica attesa che un’autoambulanza lo trasportasse nell’ospedale più vicino. Probabilmente non avrebbero potuto salvarlo, ma fu in ogni caso una morte terribile perché vissuta con l’angoscia e la rabbia di chi sa di essere sul punto di morire e tuttavia si accorge di essere stato abbandonato dal proprio destino. In tanti piccoli comuni della Sicilia si muore così. Basterebbe un defibrillatore per salvare la vita a migliaia di persone colpite da infarto. Ma quante ambulanze ne sono provviste? Quanti piccoli presidi sanitari hanno un telefono collegato con un ospedale capace di leggere un elettrocardiogramma? Se l’ospedale più vicino si trova a 40 chilometri di distanza, se non c’è un pronto soccorso, o una guardia medica attrezzata, l’unica cosa da fare è affidarsi a Padre Pio. Il Sud povero, fantastico, triste, drammatico, miserabile, degli uomini buoni a tutto e buoni a nulla, il Sud spendaccione, dei villaggi turistici per uomini ‘soli’, delle rassegne mangiasoldi, delle feste patronali dissacranti e dissolute, delle sagre persino del fico secco, questo Sud si concede il lusso di condannare ancora la gente a morire per una banale emorragia. Il piano socio-sanitario presentato alla Regione dall’On. Mazzaglia circa 30 anni anni fa, individuava per ogni provincia siciliana un certo numero di Unità sanitarie locali. Ci sono zone della Sicilia dove furono costruiti ben tre ospedali in soli venti chilometri. Scandali, tangenti, misteri, sprechi. La sanità siciliana è il frutto di una lunga storia di malaffare. Poi la Regione cambiò decisamente strada. Nacquero le ASL a livello provinciale, furono ridotti e centralizzati i presidi sanitari e qualche ospedale fu persino soppresso. A Palermo c'è oggi la più grande ASL d'Italia, con ben quattordici ospedali che assistono circa un milione e mezzo di cittadini di ottanta comuni. Ma accanto alle strutture pubbliche, sono nati i cosiddetti “centri di eccellenza”, ospedali privati super specializzati, ma convenzionati, come l’ISMET di Palermo, creato in sinergia con l'università americana di Pitsburg, dove il primario è un medico italo-americano che guida una comunità di seicento persone. Una “bomboniera” collocata all'interno del vecchio e fatiscente Ospedale Civico di Palermo. Ma altri ospedali d'eccellenza ci sono ormai a Catania, a Messina, a Caltanissetta, a Trapani, persino a Cefalù dove è sorto il nuovo polo oncologico che fa capo al San Raffaele di Milano. Oggi i “viaggi della speranza” dei siciliani nei grandi ospedali del Nord sono diminuiti drasticamente. Pensate che le aziende sanitarie del Nord se ne lamentano pure, per i mancati “introiti” dei generosi rimborsi regionali. Ma oggi in Sicilia ci sono centinaia di cliniche, le “ville” lussuose dai nomi più fantasiosi, tutte convenzionate con la regione siciliana: veri e propri centri ipertecnologici,specializzati in cardiologia, cardiochirurgia, neurologia, oncologia, pediatria. Ma per mantenere il lustro di queste strutture semi-pubbliche la Regione Siciliana accumula ogni anno un debito di circa 450 milioni di euro. Una cifra colossale ed in costante aumento, che per il 42 per cento grava esclusivamente sulle casse della stessa regione e per la restante parte viene scaricato sul bilancio dello Stato. Anche i costi della spesa farmaceutica, frutto della “spensieratezza” dei medici di famiglia, sono diventati una voragine. Insomma si tratta di una spesa sanitaria incontrollata che ogni anno aumenta, grazie alla pseudo- liberalizzazione del mercato sanitario. La regione siciliana è come una mamma: non sa dire di no a nessuno dei propri figli. Perché si dovrebbe rifiutare la “convenzione” a quella struttura, a discapito di un’altra? I siciliani non sono un popolo democratico e solidale? Dunque, convenzioni della Regione per tutti. Ma il risultato è che a farne le spese sono i piccoli ospedali zonali di provincia, sorti quasi tutti alla fine degli anni ’70, i quali invece di essere soppressi vengono lentamente trasformati in poliambulatori. I medici più bravi e preparati scappano via nelle cliniche convenzionate, e la gente a sua volta scappa via dai piccoli ospedali pubblici perché ha paura anche a farsi fare una iniezione. E’ un cane che si morde la coda. Meglio percorrere qualche chilometro in più e recarsi in un ospedale moderno e attrezzato, in una clinica linda e profumata. Sempre che si faccia in tempo…
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